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ESCLUSIVA – Piccinini: “Quelle foto di Senna che non ho mai venduto”

28 Aprile 2014
ESCLUSIVA – Piccinini: “Quelle foto di Senna che non ho mai venduto”

Quelle foto maledette Roberto Piccinini non le ha vendute. Mai. Non ha voluto speculare sulla morte del suo idolo: Ayrton Senna. Lui, fotografo bolognese, che a 14 anni accompgnava suo papà e già immortalava Gilles Villeneuve con Enzo Ferrari, ha conosciuto Senna quando ancora gareggiava nei kart e ha voluto raccontare i suoi ricordi a Pole Position su Radio International Bologna: “La prima volta lo vidi a Jesolo, gareggiava per la Dap Kart di Parilla ed era già una scheggia. Sembrava un ragazzo avvicinabile, simpatico, gentile e aveva una velocità impressionante. Anche in seguito con lui mi sono sempre trovato benissimo. Era un fenomeno vero e già all’epoca anche sul bagnato non aveva rivali. Il suo più grande rammarico? Mi disse che era quello di non essere riuscito mai a vincere un Mondiale di kart“. Passano gli anni, Piccinini segue la Formula Uno e nel 1984 ritrova il giovane talento brasiliano al volante della Toleman: “Inizialmente passò quasi inosservato ma dopo la gara di Montecarlo tutti imprararono a conoscere Ayrton Senna. Era introverso, non gli piaceva aprirsi a tutti, ma piaceva alla gente e questo suo modo di essere lo faceva diventare bravissimo nelle relazioni, era un grande uomo marketing. Il ricordo che conserverò di lui? Il suo modo di gestire le prove era incredibile. All’epoca avevi un’ora di tempo per fare il giro veloce, tutti uscivano più di una volta per trovare gli assetti giusti. Noi stavamo lì ad aspettare di vederlo. Ma lui attendeva la fine, gli ultimi minuti, poi usciva e immancabilmente faceva la pole“. Il talento di Senna vicino a quello di Villeneuve: che cosa avevano in comune? “La vittoria, la costante incrollabile caccia al successo. Ma se uno, Gilles, lo faceva in modo temerario, l’altro, Ayrton, sapeva essere calcolatore“. In questi giorni, l’1 maggio prossimo, cade il ventesimo anniversario della sua scomparsa a Imola: “Tutto era cominciato bene con una partita a calcio il giovedì tra piloti e giornalisti. Poi il venerdì l’atmosfera cambiò: ci fu l’incidente a Barrichello e si avvertì qualcosa di strano. Il sabato avvenne l’incidente mortale di Roland Ratzenberger, io ero lì e dopo mezz’ora arrivò Senna, l’unico dei piloti ad accorrere di persona sul luogo della tragedia. Il giorno dopo io ero appostato alla Tosa quando sentii che al Tamburello si era schiantato Ayrton: con lo scooter arrivai sul posto e capii subito la gravità di quello che era accaduto. Feci il mio lavoro ma ero sotto shock. Dopo, durante la gara, nella sala stampa vidi un giornalista brasiliano che conoscevo in lacrime. Mi sentivo svuotato. Diedi una sola foto all’Ansa gratis per diritto di cronaca ma tutte quelle che feci a lui, sdraiato per terra con i soccorsi attorno, sul luogo dell’incidente me le sono tenute. Mi hanno offerto anche tanti soldi per averle ma ho preferito distruggerle e nell’unico libro che ho pubblicato sulla vita e la carriera di Ayrton le immagini di quella tragedia non ci sono. Le responsabilità della sua morte? Non mi interessano, da allora Ayrton non c’è più  e null’altro conta. Per me la Formula Uno, quella che ho amato, è finita quel giorno. Dopo poco ho smesso di lavorarci anche e ora pur seguendo il mondo dei motori, la Formula Uno non mi interessa più“. Intanto Imola in questi giorni si appresta a ricordare il campione brasiliano con una kermesse all’autodromo in programma dall’1 al 4 maggio (per info www.f1passion.it).

m. m.

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